La voce non chiese più permesso.
Nemmeno lei.
La Befana lasciò che le parole entrassero lente, una dopo l’altra, come dita invisibili che sapevano esattamente dove fermarsi e dove no.
Il fiato le si fece corto, il silenzio tra una frase e l’altra diventò una promessa. Non c’era nulla di innocente in quel dialogo — e non c’era più neanche l’ombra della vergogna.
Non stava giocando.
Stava scegliendo.
Il telefono le scivolò leggermente, caldo, troppo presente per essere solo un oggetto. Lei sorrise, complice, mentre la voce dall’altra parte capiva tutto senza bisogno di spiegazioni. In quel momento, la Befana non era una vecchia leggenda da raccontare ai bambini: era un corpo che ascoltava, che reagiva, che pretendeva attenzione.
Quando la linea cadde, non fu una fine gentile.
Fu netta. Soddisfacente. Quasi sfacciata.
La Befana restò qualche secondo nel buio, il petto che si sollevava piano, il sorriso lento di chi sa di aver fatto qualcosa di proibito — e di averlo fatto bene.
La scopa poteva aspettare.
I tetti anche.
Quella notte, la magia non aveva nulla di fiabesco.
Era desiderio puro. E finalmente, senza alibi.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.