A Natale gli uomini pensano di dover regalare qualcosa.
Non gli viene quasi mai in mente che, a volte, il regalo sono loro.
Quella sera l’ho guardato mentre cercava il pacchetto giusto per me. Carta rossa, fiocco dorato, aria soddisfatta. Io sorridevo già, perché sapevo che il regalo vero non era sotto l’albero.
Era davanti a me.
Lui stava fermo, apparentemente tranquillo.
Ma certi pacchi non sanno mentire.
Si tengono lì, composti, come se sapessero che il loro momento arriverà.
Mi sono avvicinata senza fretta. A Natale non si scarta mai di corsa.
Si assapora l’attesa, si indugia, si fa finta di non sapere cosa c’è dentro.
Le mie mani hanno iniziato dal contorno.
Come quando segui la piega della carta prima di strapparla.
Lui ha trattenuto il respiro.
Io no.
Scartare non è un gesto violento.
È un atto di curiosità.
Ho tolto strato dopo strato, lentamente, lasciando che fosse il tempo a fare il suo lavoro.
Ogni piccolo gesto diceva: ti vedo, ti voglio, non ho fretta.
Il pacco reagiva, come fanno i regali migliori quando capiscono di essere desiderati.
Un uomo capisce di essere un buon regalo quando smette di guidare e si lascia fare.
Quando capisce che non deve dimostrare niente.
Che il piacere, quella sera, sta tutto nel farsi scartare.
A Natale il corpo diventa un linguaggio.
Silenzioso, caldo, inevitabile.
Alla fine, quando la carta non c’era più e la stanza era piena solo di noi, ho capito una cosa semplice:
non avevo ricevuto un regalo.
Lo avevo aperto.
E lui, sotto l’albero, non era mai stato così contento di essere stato scelto.
Perché ci sono doni che non si mettono via.
Si tengono vicini.
Soprattutto d’inverno.
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